Il paradosso del CSKA

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Schennikov viene festeggiato dai compagni dopo aver messo a segno il gol del provvisorio 0-2 al Bernabeu (Facebook CSKA Moscow)

Gli uomini di Goncharenko compiono un’impresa storica, sconfiggendo sia all’andata che al ritorno il Real Madrid, campione d’Europa in carica per (almeno) un migliaio di giorni. Un risultato che però non basta per evitare l’ultimo posto nel girone di Champions League, mancando quindi la possibilità di continuare la propria campagna europea.

E’ possibile rammaricarsi dopo un 3-0 al Bernabeu? Dipende dai punti di vista, anche se è innegabile che il CSKA abbia gettato al vento la possibilità di giocare almeno due incontri ufficiali a febbraio. Anzi, a conti fatti, quando fai bottino pieno col Real Madrid dovresti qualificarti, pure con discreto agio, agli ottavi di Champions League. Ma le squadre russe sono fatte così, i passi falsi evitabili sono all’ordine del giorno e di conseguenza le serate memorabili, spesso, rimangono fini a sé stesse. Nessuno potrà cancellare la splendida prestazione in terra iberica ma, forse, un po’ di pragmatismo in più non sarebbe guastato, soprattutto perché sono passati dieci anni dall’ultimo trionfo europeo di una russa: poi nessuna semifinale, un solo quarto di Champions e poco altro in Europa League. Queste sono però disquisizioni che accantono per un altro articolo che uscirà nei prossimi giorni, dove verrà trattato il pericoloso avvicinamento del Portogallo nel ranking per federazioni.

Torniamo al CSKA. Alla fine, il 2018 è stato un anno più che positivo per i moscoviti. In primavera la vecchia guarda, ridotta davvero a pochi elementi disponibili, ha sorpreso tutti in Europa, sfruttando al meglio la retrocessione nella seconda competizione continentale (dopo aver comunque vinto a Basilea e a Lisbona). Sedicesimi superati col minimo sforzo mettendo ko un avversario comunque ostico come la Stella Rossa, mentre agli ottavi il colpo grosso a Lione, negando ai francesi la possibilità di giocarsi il titolo nella finale in casa. Contro l’Arsenal, poi, una dignitosa uscita di scena, regalando tanti punti alla Russia, nella stagione dei record (12,500 punti, prima volta nella storia). L’estate ha portato con sé un vento nuovo: tra ritiri e cessioni sono stati diversi i calciatori che hanno salutato il club, e la dirigenza ha optato per un rinnovo completo della formazione, puntando su diversi giovani. Una mossa forse drastica, accompagnata dalle comprensibili titubanze degli addetti ai lavori. Dubbi sciolti rapidamente con i risultati. Il CSKA non ha perso affatto il suo ruolo di primo piano in patria, anzi, è attualmente la migliore squadra della capitale, e in Champions ha fatto ciò che già conosciamo. Unica nota dolente, la scarsa esperienza complessiva (e a tal proposito l’Europa League sarebbe davvero stata molto utile).

Partiamo dalla difesa. Sostituire Ignashevich e i fratelli Berezutskij non era un compito semplice, anche perché bisognava andare indietro di almeno quindici anni per non trovare nessuno di loro nella retroguardia del CSKA. Rodrigo Becao e l’islandese Magnusson si sono fatti trovare pronti sin dalle prime battute, entrando negli ingranaggi di un reparto che ha continuato a godere della supervisione eccelsa di Akinfeev. Nelle varie analisi sulla prima parte della stagione del CSKA viene sempre trascurato come la porta dell’ex numero uno della nazionale russa sia stata perforata soltanto otto volte in diciassette incontri. Dalla mediana in su, poi, la nuova linfa ha permesso a Goncharenko di modellare una vasta gamma di tattiche offensive. Ilzat Akhmetov, che in estate aveva speso un periodo di prova allo Zenit, ha preso in mano le redini del centrocampo, ricordando per caratteristiche Roman Shirokov, che proprio in questo club iniziò la sua carriera: esaltante visione di gioco, ma soprattutto strabiliante controllo di palla, anche in corsa. L’uomo in più sulla trequarti, invece, è stato Nikola Vlasic, di proprietà dell’Everton, capace di spaccare in due gli avversari con le sue imponenti progressioni. Occhio, però, anche Fedor Chalov, che ha permesso al CSKA di avere nuovamente un centravanti prolifico, come non si vedeva dai tempi di Vagner Love, Doumbia e Musa. Con le sue nove reti è attualmente il capocannoniere del torneo, ed è tutt’ora inspiegabile come nella sfida decisiva di Nations League con la Svezia gli sia stato preferito Zabolotny. La sua consacrazione in nazionale, comunque, è solo questione di tempo.  Ad amalgamare le qualità dei giocatori appena presentati, oltre ad altri prospetti di ottimo valore che per questioni di spazi non possono descrivere in queste righe (mi riferisco ai vari Bijol, Oblyakov, Sigurdsson, Kuchaev) e all’usato sicuro (Dzagoev), ci ha pensato Goncharenko, la cui carta d’identità ben si confa con l’età dei suoi ragazzi, anche se allena da oltre un decennio con risultati importanti. Non è così scontato questo materiale a disposizione di un altro sarebbe maturato in modo così imponente. E così rapido. Insomma, il presidente Giner ci ha visto lungo e con relativa facilità ha gestito alla perfezione un delicato ricambio generazionale. Anzi, la sensazione è che, per potenziale, la rosa attuale possa ambire ad un ciclo addirittura più vincente di quello precedente. Il primo passo, che consisteva nel mantenere lo status ottenuto col tempo, è stato raggiunto e dopo aver intrapreso la strada giusta arriva il compito più probante: non deragliare. Per farlo occorrerà soprattutto l’esperienza ed è qui, ancor di più di prima, che il ruolo dei pochi senatori rimasti (Akinfeev, Dzagoev, Mario Fernandes, senza escludere il redivivo Nababkin e l’infaticabile Schennikov) risulterà ulteriormente prezioso.

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