Il mal di trasferta dello Zenit

DzyubaZenit
Messo fuori rosa da Mancini lo scorso inverno, Artem Dzyuba ha chiuso l’anno con il premio di miglior calciatore russo del 2018 (Facebook Fc Zenit)

Nel 2018 la compagine di San Pietroburgo ha giocato ventuno incontri ufficiali lontano da casa, perdendone ben undici. Un dato eloquente, soprattutto se paragonato al ruolino di marcia alla Gazprom Arena: venti partite, due sole sconfitte.

Per il secondo anno consecutivo lo Zenit si trova a secco di titoli, anche se il terzo tentativo di riaprire un ciclo dopo le partenze di Hulk, Witsel e Garay, è partito in maniera relativamente convincente, nonostante una rosa nel complesso di basso valore. Dopo Lucescu e Mancini, entrambi fallimentari per ragioni diverse, la società ha deciso di ripartire da un ex biancoblu come Sergey Semak: una figura giovane ma allo stesso tempo con una discreta esperienza come allenatore. Un uomo capace e dal passato pietroburghese, il mosaico perfetto per mettere da parte i deleteri investimenti in nomi altisonanti che si sono poi rivelati inadeguati sul campo. Reduce dalla qualificazione in Europa League con l’Ufa, Semak ha accettato una sfida sì intrigante, ma anche molto complicata. Lo Zenit, oltre a patire il mancato approvvigionamento di trofei in bacheca, non partecipa alla Champions League dal 2015/2016, arenando quindi il proprio processo di crescita e svalutando il livello generale del proprio organico. C’è poi stata la spinosa questione estiva riguardante i giocatori silurati da Mancini, rientrati dai vari prestiti: Semak ha dato un’opportunità a tutti, snaturando l’undici iniziale visto in primavera con l’allenatore italiano. Noboa, Mak, Hernani, Neto, Shatov e, soprattutto, Dzyuba, sono stati nuovamente parte del progetto, mentre il mercato è stato di per sé alquanto scarno, con Marchisio, prelevato peraltro a parametro zero, unico innesto fresco.

Con queste premesse, ovvero la pressione di riportare il club al livello che gli compete, i disastri compiuti dalla gestione precedente e la caratura non eccelsa dei giocatori a disposizione, ad esclusione di qualche individualità, il tecnico russo ha portato a termine una prima metà di stagione comunque positiva. La coppa nazionale è andata, anche se a Rostov si può perdere, ma lo Zenit comanda la classifica in campionato e ha vinto il girone di Europa League. Tutto questo, però, brillando soltanto in sparute occasioni: spesso la l’impostazione della manovra offensiva si è rivelata farraginosa, complice il fardello delle scelte opinabili attuate dal predecessore, riducendo le alternative al prevedibile lancio lungo verso Dzyuba. Il fatto è che la rosa dello Zenit ha ampie lacune e Semak, fino adesso, è stato bravo a nasconderle, limitando i danni. Nelle ultime partite, però, sono suonati i primi campanelli d’allarme, anche perché quando si gioca male basta poco per trasformare una vittoria di cinismo e solidità in una sconfitta meritata. Ne sono arrivati tre di fila, a dicembre, di ko, conteggiando anche quello indolore arrivato a Praga nell’ultimo turno di Europa League. Allargando un po’ di più il campo della nostra analisi, lo Zenit da novembre in poi ha agguantato soltanto tre successi su nove, palesando un calo abbastanza vistoso. Una situazione comprensibile, se presa singolarmente, ma la storia recente parla chiaro, con lo Zenit maestro delle partenze per poi squagliarsi alla distanza: a tal proposito la pausa è quanto mai provvidenziale per provare a recuperare le energie e, soprattutto, per prelevare qualche nuovo giocatore. In attacco Zabolotny è inadeguato, Shatov sta deludendo e Driussi non sembra così affidabile. Quando manca Dzyuba (che ha giocato metà stagione da mezzo infortunato) il reparto incontra ataviche e pesanti difficoltà. La linea mediana ha patito tantissimo il grave infortunio di Noboa, che però potrebbe essere già in campo a febbraio, ed è piena di giocatori mediocri, come Kranevitter, Hernani e Ozdoev. Lo stesso Marchisio, poco impiegato da Semak, non è riuscito a consegnare nuova linfa al centrocampo. La difesa, nonostante alcuni errori marchiani nelle ultime uscite, regala maggiori certezze, sebbene Ivanovic e Neto debbano risolvere la questione riguardante i loro contratti, in scadenza a giugno (come Lodygin, Kerzhakov e Kokorin). Rimane però impensabile un’altra sessione senza acquisti, ancor di più dopo il verdetto espresso dal campo in questi mesi, un primato che comincia a scricchiolare e che vede propria nella distanza dal traguardo finali il suo principale nemico.

Il sorteggio europeo, dal canto suo, non ha sorriso. Il Fenerbahce naviga in cattive acque al momento, ma l’urna constava di avversari più abbordabili. Nelle gare secche lo Zenit ha un grave problema, che si porta dietro praticamente da sempre: l’approccio lontano da casa. Le rimonte sono un marchio di fabbrica, come dimostra anche il memorabile 8-1 rifilato alla Dinamo Minsk in estate, ma più si alza il lignaggio dell’avversario e più il compito diventa improbo. Partire sempre ad handicap può minare il punto di forza, perché non è così scontato dominare sempre tra le mura amiche. I numeri non ammettono repliche (e guardo solo quelli del 2018): lo Zenit ha giocato sette volte fuori dalla Russia e non ha mai vinto, segnando solo quattro reti. Con le stesse rivali, in quel di San Pietroburgo, ha vinto sei volte, realizzando diciannove reti a fronte di tre subite. Da questo punto di vista le varie gestioni non hanno fatto nessuna differenza. Starà a Semak, e alla società, invertire la rotta in trasferta, perché il nuovo stadio è un gioiellino (tant’è che in questi giorni viene utilizzato addirittura per l’hockey), ma per diventare grandi bisogna ruggire anche dalle altre parti. Già dalla prima partita del 2019, il 14 febbraio a Istanbul, l’ambiente più adatto per testare le velleità di uno Zenit al momento troppo poco europeistico, in barba ai versi di Aleksandr Pushkin, che nell’opera Evgenij Onegin celebra il desiderio da parte di Pietro il Grande di fondare San Pietroburgo, denominandola una finestra sull’Europa.

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