Il codice binario del Rubin Kazan

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Passano gli anni, ma Cesar Navas continua a rimanere uno dei migliori difensori del campionato russo. (Facebook Rubin Kazan)

In venti partite ufficiali la squadra granata ha chiuso ben sedici volte senza subire o segnare più di un gol, inanellando tra l’altro una serie infinita di pareggi. Un incantesimo spezzato con la doppietta di Sorokin che ha regalato la clamorosa vittoria sul campo dello Zenit nell’ultima sfida del 2018.

Le minestre riscaldate rappresentano sempre scommesse molto rischiose, nelle quali la nostalgia annebbia l’impostazione delle fondamenta di progetti a lungo termine. Il ritorno del santone Kurban Berdyev a Kazan non è stato da meno, con il Rubin che continua ad andare avanti con il motore ingolfato: non che il tecnico turkmeno si sia mai distinto per lo spettacolo del suo gioco, ma era comunque lecito attendersi qualcosa in più. Anche perché arrivava dal miracolo di Rostov, dove era passato dagli spareggi per non retrocedere al secondo posto in pochi mesi, affrontando alla pari anche diverse big internazionali come il Bayern e il Manchester United. La mancata qualificazione europea nel 2017, ha poi consentito a Berdyev di lasciare una società che lo ha ostacolato in tutti i modi, tanto da relegarlo a un improbabile ruolo come vicepresidente. Il Rubin, in declino inesorabile, ha colto la palla al balzo, riprendendosi l’uomo che lo aveva guidato dal 2001 al 2013, vincendo due storici campionati (gli unici, al momento) e raccogliendo prestigiosi successi al di là del confine (vedi il successo al Camp Nou sul Barcellona). I tartari si erano prima buttati su Javi Grasia, ma l’unico risultato della gestione dell’iberico era stato un passivo economico quasi pauroso, le cui conseguenze non sono ancora terminate, vista la squalifica dalle coppe per almeno una stagione.

Questi presupposti hanno motivato il rischio di ripartire dal passato, quasi un male minore rispetto ad un eventuale altro salto nel vuoto. La prima stagione di Berdyev 2.0 è stata però tutt’altro che entusiasmante, il gioco difensivista del turkmeno, nonostante alcuni degli uomini fidati lo abbiano seguito ancora una volta, è apparso prevedibile e, spesso deleterio. Sono stati tanti i punti persi nei finali di gara, bloccando il Rubin ad un anonimo decimo posto (38 punti complessivi dividendo in modo equo vittorie, pareggi e sconfitte). Peggio ancora in coppa, con la cocente eliminazione interna patita dal Krylya Sovetov agli ottavi. Il lavoro di Berdyev è continuato in questa stagione, nella quale il Rubin è partito con una rosa sicuramente meno forte rispetto a quella precedente: Cesar Navas, seppur impareggiabile, compirà trentanove anni tra poche settimane, mentre Noboa e Popov se ne sono andati dopo la conclusione dei loro prestiti. Inoltre, Kuzmin e Karadeniz hanno annunciato il ritiro, mentre i giovani Zhemaletdinov e Akhmetov (inconcepibile come Berdyev non abbia mai realmente creduto in lui), hanno salutato per cifre irrisorie. In entrata nessun colpo clamoroso: Poloz ha ringalluzzito l’attacco, mentre Bukharov ha pagato un grave infortunio; oltre a loro e Bayramyan, altro pallino di Berdyev, sono arrivati tre spagnoli, incapaci fino ad ora di convincere, ovvero Chico Flores, Rochina e Sanches. La già citata batosta per la violazione del fair play finanziario, poi, ha ulteriormente minato le ambizioni dell’intera compagine.

L’ex allenatore del Genclerbirligi, però, non si è scomposto, e ha proseguito secondo i propri dettami. Difesa strenua e ripartenze. Cercando di far sbocciare definitivamente Azmoun e di recuperare il talento di Poloz. Un amalgama che ha portato dei miglioramenti ma che si è arenata in una mediocre continuità di risultati: una definizione che, di primo acchito, può sembrare un controsenso, anche alla luce della precedente annata negativa, ma che viene ottimamente spiegata dai freddi numeri. Il Rubin, nonostante il più che positivo esordio casalingo con il Krasnodar, festeggia il nuovo anno a quota venticinque punti, soltanto due lunghezze in più rispetto al giro di boa del 2017. Troppo poco per la squadra meno battuta del torneo (soltanto Zenit e Orenburg sono riuscite ad appropinquarsi dell’intera posta contro i tartari), che paga una serie infinita di dieci pareggi dovuti, in parte, all’atavico problema sotto porta. La difesa funziona (ma non c’erano dubbi), perforata appena in quattordici occasioni. L’attacco, invece, è decisamente sterile, con una media matematica facilmente calcolabile: un gol ogni novanta minuti. Per fare strada in coppa, nel primo incontro ufficiale dopo la pausa, servirà maggiore verve offensiva, visto che c’è da recuperare lo 0-1 della gara d’andata dei quarti con il Lokomotiv. L’emblema dei problemi in attacco del Rubin Kazan è rappresentato da Egor Sorokin, eroe inatteso del clamoroso trionfo sul campo dello Zenit capolista, che ha permesso ai granata di chiudere con una gioia il 2018: nonostante sia un difensore centrale, Sorokin è il capocannoniere della squadra a quota quattro centri, assieme ad Azmoun. Un dato eloquente che descrive meglio di mille parole la situazione di stallo nella quale si è ficcato il Rubin.

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