L’estremo Oriente perde anche Vladivostok

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Il Luch saluta il calcio professionistico. Sarà la prima squadra di una lunga serie?

Si complica la situazione, già drammatica, del calcio nell’estremo Oriente. Oltre allo smantellamento del girone di terza serie (che da un lustro non assegnava alcun risultato sportivo) il Luch, storico club di Vladivostok, ripartirà dai dilettanti, a causa del blocco dei fondi da parte dell’amministrazione della regione di Primorskij.

Tutti gli appassionati di calcio, anche quelli che non seguono assiduamente quello russo, almeno una volta nella vita hanno fatto una piccola ricerca sulle società, affiliate alla UEFA, che rappresentano città del lontano Est. “Vuoi mettere se si qualificano in Europa League? Magari contro una squadra portoghese!” Il Luch Vladivostok non ci è andato tanto lontano, raggiungendo un prestigioso settimo posto in campionato nel 2006 e otto anni più tardi la semifinale nella seconda competizione nazionale, la coppa di Russia. Fino ad ora le coppe europee si sono spinte al massimo in quel di Novosibirsk, maggiore centro abitativo della Siberia e leggermente più a est rispetto a Nur Sultan e a Almaty, territori kazaki più avvezzi a qualificarsi nei tornei continentali: correva l’anno 2010 e il Sibir venne sconfitto di misura dallo Zenit nella finale della Kubok Rossii (malgrado una stagione complessivamente terribile, conclusa in maniera desolante in fondo alla classifica), riuscendo poi a superare con grande caratteri i ciprioti dell’Apollon e a ben figurare contro gli olandesi del PSV, vincendo peraltro la sfida di andata grazie a un gol di Degtyarev allo scadere.

Fare calcio in queste zone del globo, però,  non è così facile, soprattutto quando si dissolve l’alone fiabesco che copre con una patina molto superficiale le difficoltà presentate dalla realtà. Esistono questioni logistiche e tecniche uniche nel loro genere, impossibili da risolvere in maniera definitiva, ad esempio i costi delle trasferte e i loro effetti sulle prestazioni. Se i club occidentali sono costretti a una sola traversata quelli orientali, a loro volta, devono ripetere i loro infiniti viaggi 15-20 volte. Una disparità non da poco, che si ripercuote anche sulla campagna acquisti, perchè non è così scontato convincere i giocatori a cambiare totalmente le proprie abitudini. I vari effetti collaterali della geografia delle varie leghe russe aumentano giocoforza il valore del fattore campo, vantaggio che col passare degli anni è stato neutralizzato dalla maggiore esperienza degli avversari. La trasferta nell’estremo Oriente rappresenta sempre un’incognita, ma giocatori e staff tecnici ora hanno più elementi per gestirla con maggiore efficacia.

VLADIVOSTOK SALUTA LO SPORT PROFESSIONISTICO

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Nell’ultimo quindicennio sono stati due i club che hanno portato la Russian Premier League ai confini della Cina. Il precedente più fresco è quello dello SKA Khabarovsk, capace di agguantare la prima storica promozione nel 2017, quando i rossoblù sconfissero l’Orenburg nello spareggio (decisivi i calci di rigore, dopo che nessuna delle due compagini riuscì a segnare tra andata, ritorno e tempi supplementari). La permanenza nella massima serie, però, fu una vera e proprio comparsata, con i ragazzi allenati di Poddubsky in fondo alla classifica dall’inizio alla fine del torneo. Bisogna andare un po’ più indietro nel tempo, invece, per considerare le partecipazioni del Luch Vladivostok, che tra il 2006 e il 2008 si è fatto conoscere al grande pubblico dopo ben tredici anni di assenza. Un triennio cominciato in maniera esaltante, con il già citato settimo posto (Intertoto mancato per soli cinque punti, era quinto alla ventottesima) e terminato con una retrocessione che ha fatto da apripista al susseguirsi di gravi problemi economico-societari.

Le tigri di Vladivostok, una volta ritornate in FNL, non sono mai riuscite a competere con le squadre più forti della categoria, anzi, in due occasioni hanno addirittura chiuso la stagione nella zona rossa. Nel 2012 l’inferno è durato soltanto un anno, mentre nel 2018 alcune mancante garanzie del Chita hanno permesso ai gialloblù di essere ripescati. Ma il declino, evidente ed accentuato dall’abbandono dello storico sponsor Dal’energo, che per diverso tempo ha modificato la denominazione del club in Luch Energiya, non si è mai interrotto, fino all’ultima drastica decisione. Nella prossima stagione il Primorskij Kraj non finanzierà alcun club professionistico. Tanti saluti al Luch, ma non solo: l’hockey perderà una buona squadra come l’Admiral, la Superliga di basket la capolista attuale, lo Spartak Primorje. Stesso discorso per volley e rugby.

COLPA DEL CORONAVIRUS? FINO A UN CERTO PUNTO.

“Viviamo una situazione molto difficile. Non è un addio definitivo, ma è chiaro che oggi le cariche pubbliche debbano salvaguardare la popolazione, per cui tutte le finanze saranno impiegate nella lotta al Coronavirus”. Si è espresso così il governatore della regione, Oleg Kozhemyako, per ufficializzare una decisione che ha sorpreso un po’ tutti. Non perchè non si conoscessero le problematiche, peraltro simili a quelle di tante altre società sportive russe, ancora troppo ancora al sostentamento pubblico, ma perchè è sembrata una scelta dovuta al caos del momento, senza analizzare i possibili scenari che si configureranno al termine dell’emergenza.

“Siamo sotto shock” afferma il vicecapitano del Luch, Maksim Nasadyuk. “Che senso ha cancellare lo sport dalla regione? Ci sono troppi quesiti senza risposta. Le valutazioni andavano fatte più in là nel tempo, con più calma e più elementi a disposizione. Non possiamo sapere quali saranno le condizioni tra tre mesi, potrebbero anche essere migliori di quanto preventivato. La mia sensazione è che il Coronavirus sia soltanto una scusa, presto o tardi il Luch sarebbe morto ugualmente”. Nasadyuk non ha tutti i torti. Il club vive nel caos da almeno un lustro, nel quale si sono avvicendati dodici allenatori e ci sono state continue rivoluzioni della rosa. L’iscrizione alla stagione in corso è stata in dubbio fino all’ultimo e l’interesse dei tifosi è scemato. Nel 2018/2019 lo stadio Dinamo ha avuto una presenza media di spettatori del 20% rispetto alla sua capienza: se il Luch non interessa nemmeno alla gente di Vladivostok, che motivo c’è di andare avanti?

GLI STIPENDI ARRETRATI E LA LETTERA DEI DIPENDENTI

Lo scorso dicembre, qualche giorno dopo lo stop delle gare per via della pausa invernale, i giocatori del Luch, i collaboratori e lo staff della scuola calcio lanciarono un appello alle principali cariche pubbliche del Primorskij Kraj. Nel testo della lettera il club veniva definito a un passo dalla bancarotta, con diverse mensilità non ancora percepite e il mancato rinnovo del rapporto lavorativo dei vari dipendenti. Un grido d’aiuto che non ha trovato risposta, visti i recenti sviluppi. L’attuale sponsor, Akva Resursy, nota società produttrice di bevande, non può sobbarcarsi tutti i costi e a Vladivostok continueranno ad esistere solamente le formazioni giovanili.

“Anche io sono sorpreso dalla drasticità del provvedimento” afferma il tecnico Valery Petrakov, che durante la sua carriera ha già vissuto problematiche simili. “Quando allenavo il Tom Tomsk la società aveva il doppio dei debiti, però il governatore della regione lottò personalmente perchè tutto stesse in piedi. Alla fine della stagione andammo addirittura in RPL. L’attuale buco di circa trecento milioni non è nato all’improvviso, non si poteva fare qualcosa quando le cifre erano più contenute? Comprendo le priorità attuali, ma mi è sembrato che il Coronavirus sia stato utilizzato come un pretesto”. Ci sarebbe poi da finire anche la stagione in corso. “Se anche si dovesse riprendere a giocare, credo che sarà impossibile. I contratti scadono a maggio ed eventuali mini rinnovi mi paiono improbabili, per usare un eufemismo”.

Un epilogo ingeneroso per un club che può vantare oltre sessant’anni di storia, un epilogo al quale purtroppo il movimento calcistico russo sta facendo l’abitudine. Da Krasnodar a Vladikavkaz, passando Novosibirsk. La lista è lunga e il panorama attuale non è affatto confortante: chi è finanziato da soldi pubblici, ovvero il 90% delle squadre della nazione, rischia di cadere da un momento all’altro.

KHABAROVSK A PARTE, IN ORIENTE RESTANO SOLO I DILETTANTI

SakhalinStadio

Detto di SKA e Luch, la prossima stagione sancirà anche la definitiva cancellazione del girone “Est” per quanto riguarda la terza serie, quella che in russo si definisce utilizzando l’acronimo PFL (Professional’naja Futbol’naja Liga). I raggruppamenti, suddivisi su base geografica, si ridurranno quindi a quattro, con le (poche) rappresentanti orientali che verrano smistate tra Ural-Povol’zhe, Nord e Centro. Una soluzione motivata dal lento declino del gironcino, alla stregua di un paziente in coma irreversibile. I tanti fallimenti avevano minato il senso della disputa delle partite (quest’anno, ad esempio, ci sono solo sei squadre che si affrontano tra di loro quattro volte), causando quindi un repentino calo della competitività: dal 2015, quando a vincere è stato il Bajkal Irkutsk, nessuna prima classificata ha poi giocato in FNL la stagione successiva. Il Sakhalin, che ormai ha base a Tomsk, in Siberia (a 3.759 km! Per la gioia dei tifosi locali), ha vinto nel 2018 e lo scorso anno ha di fatto lasciato passare l’Irtysh all’ultimo turno, perchè ancor prima del termine della stagione sapeva già che non avrebbe effettuato il salto per questioni economiche, probabilmente consci delle difficoltà affrontate nell’unica stagione spesa in tale serie un lustro fa (tra cui la trasferta più lunga di sempre in un campionato nazionale, in quel di Kaliningrad). Non che a Omsk l’abbiano pensata diversamente, ed è probabile che anche la prossima estate quelli dell’Irtysh, ormai quasi certi di bissare il trionfo del 2019, optino per evitare il salto di categoria.

Qualcosa andava fatto, ma siamo sicuri che uccidere definitivamente il paziente sia la cura migliore? Lo Smena Komsomol’sk na Amure, che vantava una media spettatori vicina alle seimila unità, e qualche stagione fa diede filo da torcere allo Spartak di Carrera nei sedicesimi di coppa di Russia ha chiuso i battenti dopo aver rifiutato la richiesta di giocare in Siberia le proprie partite casalinghe, mentre quest’anno al posto del Sibir 2 c’è la versione “uno”, reduce dall’incredibile retrocessione che ha completato nel peggiore dei modi un progetto a lungo termine con vista sulla massima serie.

E pensare che qualche tempo fa circolò una proposta che voleva due sottogironi a Est, uno siberiano (almeno otto squadre) e uno orientale (minimo sei). All’atto concreto è stato quasi impossibile farne soltanto uno. Stiamo assistendo alla scomparsa di tante realtà calcistiche, ma la sensazione è che il calcio nell’estremo Oriente goda di meno tutele. Detto grezzamente, il loro destino importa poco ai poteri centrali. E se in altre zone esiste la possibilità che, anche sottoforma di società nuove, club storici possano rinascere, qui il futuro è molto meno roseo. Stiamo parlando di territori che, per estensione, possono essere paragonati a dei continenti: abbandonarli definitivamente sarebbe una sconfitta per tutto il sistema, oltre che un colpo basso alla tradizione e alla natura di tutto il movimento. Un’eventuale dipartita completa del calcio in queste lande andrebbe decisamente oltre il dispiacere del curioso appassionato occasionale, sarebbe come perdere un arto per l’intero movimento. Forse anche qualcosa di più.

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