L’afghano di Russia alla conquista delle Maldive

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Sharif Mukhammad alza al cielo il trofeo della Dhivehi Premier League

Nato e cresciuto a Makhachkala, Sharif Mukhammad è il capitano della nazionale dell’Afghanistan. Incapace di imporsi con l’Anzhi anche a causa di qualche conflitto interno, è diventato un autentico giramondo, vincendo recentemente il primo titolo della sua carriera, la Dhivehi Premier League delle Maldive.

Sharif Mukhammad è il figlio di un immigrato afghano che durante la guerra degli anni Ottanta decise di lasciare Kabul per trasferirsi in Daghestan. Classe 1990, era una dei giovani più promettenti nell’Anzhi dei campioni ma la sua carriera, alla fine, non ha rispettato le attese e il poliedrico centrocampista si è dovuto reinventare in giro per il mondo. Svezia, Indonesia e Cipro sono state le nazioni visitate prima di tuffarsi nell’ attuale esperienza maldiviana con il Maziya.

Mukhammad ha speso la propria infanzia in una zona turbolenta della Russia, dove il calcio non è lo sport principale: tutti i ragazzini daghestani, infatti, ambiscono a diventare grandi lottatori. Basti pensare al seguito che ha Khabib Nurmagomedov, nativo proprio di queste terre. “I miei amici pensavano solo a quello, ma a me gli sport legati al combattimento non sono mai piaciuti” racconta Sharif ai microfoni di Blogbuster, “Sin da piccolo ho amato il calcio, giocando per strada senza grosse velleità, semplicemente per divertirmi. Quando ho capito che avrei potuto entrare tra i professionisti ci ho provato ed è andata bene”. Mukhammad si ritrova in una squadra ricca di stelle: è infatti il periodo dell’Anzhi di Kerimov e dei suoi investimenti esagerati. “Eto’ è stato un esempio, non ha mai mancato d’impegno per la causa, mentre Willian era un razzo dotato di

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Mukhammad in allenamento con Willian

tecnica sopraffina. Diarra, invece, era un muro insormontabile. Quando credevi di averlo dribblato te lo trovavi di nuovo a contenderti il pallone. L’atmosfera generale era positiva, non c’erano gruppetti o clan e molte cose scritte dai giornali erano completamente inventate”. L’idillio, però, si è sgretolato quasi improvvisamente. “La chiusura dei rubinetti è stata davvero improvvisa, nessuno se lo sarebbe mai aspettato, almeno così bruscamente. E’ vero, nel 2013 non partimmo così bene, ma tre giornate non erano sufficienti per motivare un tale ridimensionamento. Ancora oggi alcuni aspetti di quella faccenda sono pochi chiari”.

La diaspora dei giocatori di maggiore spicco, sulla carta, rappresenta una grande opportunità per lui, che dopo aver usufruito dei consigli degli illustri ex compagni potrebbe calcare il campo con maggiore continuità. In realtà non sarà così, a causa di frizioni interne con Gadzhiev, sostituto di Hiddink, e Agalarov, tecnico delle giovanili. Riguardo a quest’ultimo è celebre l’intervista nella quale Mukhammad lo accusa di trattenere il 70% dei premi riservati ai ragazzi del vivaio chiamati in prima squadra. Nel 2015 Muhammad si ritrova senza squadra e dopo essersi allenato individualmente per diversi mesi accetta la chiamata di Hasanbi Bidzhievic, all’epoca allenatore dello Spartak Nalchik in FNL. Un passo indietro? Non per lui. “Nessun addetto ai lavori mi ha mai precluso qualcosa per via di quelle dichiarazioni” continua, “e quella stagione in cadetteria la porto ancora nel cuore. Trentasei partite, mai così tante ne avevo giocate prima, viaggi faticosi e trasferte effettuate come gente comune. Insomma, quell’anno ho respirato il vero calcio, ed è stato molto bello.” Un’esperienza che lo ha invogliato a cimentarsi in nuove sfide sempre più intriganti: al termine dell’annata spesa sul Caucaso, infatti, arriva la chiamata dell’Eskilstuna, club del massimo campionato svedese. “Quella proposta mi arrivò grazie alla mediazione di un mio compagno di nazionale. Fu un periodo positivo per me, anche la mia famiglia si trovò benissimo. La gente è cordiale e ti mette nelle condizioni per esprimere le tue qualità.” Evidentemente non abbastanza per placare il desiderio di scoperta di Mukhammad, visto che a fine stagione, nell’estate del 2018, cambia completamente destinazione, firmando un contratto con gli indonesiani del Medan. “In Indonesia sono malati di calcio, c’erano sempre cinquantamila spettatori a tutte le partite. Purtroppo ci furono delle incomprensioni con l’allenatore e a pochi giorni dall’inizio del campionato decisi di rescindere. Tutta un’altra storia a Cipro: con il Karmiotissa tutto andò benissimo”.

Dal 2020 Sharif Mukhammad milita nel Maziya, compagine maldiviana. “Mi sono sentito direttamente con l’allenatore del club, il macedone Marjan Sekulovski. Inizialmente ero titubante, poi ho accettato. A posteriori posso dire di avere preso la decisione giusta”. La squadra può fare affidamento su alcuni giocatori con esperienza internazionale. “La nostra è l’unica società privata del campionato. Oltre a me ci sono altri atleti stranieri, come un portiere afghano-danese, un difensore serbo e un attaccante di Saint Vincent e Grenadine: in Asia vige un limite basato sul format 3+1, ovvero il 75% dei tesserati deve sempre provenire dal continente.” Il torneo locale possiede tratti abbastanza unici, dovuti a questioni logistico-organizzative. Le otto formazioni si allenano tutte nella capitale, Malè, e le partite si svolgono nel medesimo impianto. La vittoria nell’ultima edizione ha permesso al Maziya di qualificarsi alla seconda competizione asiatica per club, la coppa dell’AFC. “Questi incontri hanno molto seguito tra i nostri tifosi” spiega Mukhammad. “Nel secondo turno preliminare abbiamo fatto fuori un avversario di prestigio come il Bengaluru, nel quale militano diversi calciatori spagnoli con un passato in ottime squadre europee. Eliminare i campioni d’India certifica i progressi del calcio maldiviano”. Il girone successivo, attualmente sospeso in virtù dell’emergenza sanitaria mondiale, è iniziato con il pareggio contro il Chennai City, mentre le altre rivali sono i connazionali del Tc Sports e i bengalesi del Bashundara Kings.

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Mukhammad durante una gara di qualificazione ai Mondiali 2018 contro il Giappone

Nonostante sia nato e cresciuto in Russia, Mukhammad si è sempre sentito afghano. Anche quando non c’erano i presupposti per giocare con la nazionale locale. “Tre anni fa è cambiato completamente il direttivo della federazione ed è stato scelto un allenatore (Anoush Dastgir, quasi coetaneo di Mukhammad) che realmente ha a cuore lo sviluppo calcistico del nostro Paese. E’ stata una metamorfosi inattesa, dopo tanti anni nei quali i piani alti perseguivano soltanto i propri scopi, e quindi non ho esitato ad accettare” . La situazione, però, resta complicata. “Un giorno siamo andati a Kabul per un ricevimento organizzato dal presidente. Appena arrivati all’albergo abbiamo sentito uno scoppio, si trattava di un attentato avvenuto a pochi chilometri di distanza. La vita in Afghanistan è molto dura e al momento non vedo nessun motivo perchè una persona debba andarci. Non ne vale affatto la pena”. Sulla base di queste premesse la FIFA ha obbligato la selezione a giocare le varie partite ufficiale in territorio neutro. Dopo un percorso itinerante che toccato Iran, Qatar, Turchia ed Emirati Arabi Uniti la scelta definitiva è ricaduta sul Tagikistan. “Lì abbiamo sempre un gran tifo, poichè ci sono tanti immigrati da Kabul e dintorni”. L’ultimo incontro disputato in Afghanistan risale al 2018, quando la nazionale biancorossa ha ospitato la Palestina per un amichevole. “Lo abbiamo voluto a tutti i costi per il nostro popolo, è stata una festa nazionale. Lo stadio era stracolmo e a fine partita ci sono stati dei disordini, con il pubblico riversatosi in campo e attimi di panico. Per questo non è così facile giocare in casa”. Ma il nuovo corso afghano vuole fare bene anche a distanza. “Il nostro allenatore ha solo trent’anni ma ha diverse esperienze in Europa. Ora allena gli olandesi del NEK, dopo aver effettuato degli stage al Barcellona e al Bayern Monaco. Abbiamo un gruppo di calciatori che giocano in svariati tornei, mentre sono pochissimi quelli che militano in patria. Il livello del nostro campionato è ancora decisamente basso”. Ma intanto qualcosa comincia a muoversi.

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